L’invasione della Sicilia da parte del re di Catalogna Pietro II il Grande e del suo grande esercito navale permise ai siciliani di liberarsi dal giogo tirannico del governo degli angioini e di stabilire un Regno di Sicilia confederato e integrato nell’impero catalano, così come lo erano anche il Regno d’Aragona, il Regno di Valencia o il Regno di Maiorca.
È per questo motivo che i siciliani indipendentisti moderni, in memoria della liberazione politica e dell’istituzione del loro regno grazie ai catalani, hanno adottato la senyera come simbolo, emulando lo stendardo dell’antico Regno catalano di Sicilia, al quale hanno incorporato l’emblema siciliano della triskele, trinaklion o trinacria, formato da tre gambe di colore beige con un gorgoneion alato e tre spighe di grano.
[Immagine superiore: attuale bandiera indipendentista siciliana]
Che cosa sono i Vespri Siciliani?
I Vespri Siciliani furono una sollevazione popolare degli abitanti dell’isola di Sicilia con l’aiuto militare di Pietro II il Grande di Catalogna, contro la tutela del re Carlo I d’Angiò, che aveva il controllo dell’isola con il sostegno papale dal 1266 e che durò dal 1282 al 1287. Gli aragonesi non avrebbero preso parte a questa operazione militare, che fu esclusiva dei catalani e dei valenciani, secondo quanto sostiene il ricercatore Manel Capdevila.
Con il matrimonio della figlia di Manfredi I, Costanza di Sicilia, con Pietro il Grande, il regno di Sicilia diventa uno dei principali interessi strategici del re catalano. Pietro il Grande, con il sostegno economico dell’imperatore Michele VIII Paleologo, entrò in Sicilia attraverso Trapani il 30 agosto, a Palermo il 4 settembre e, pochi giorni più tardi, distrusse la flotta angioina nella battaglia di Nicotera e successivamente, nella battaglia di Malta, conquistò le isole di Malta e Gozo.
La rivolta siciliana, incitata da Giovanni da Procida, porta questo nome singolare perché iniziò all’inizio della Preghiera dei Vespri del Lunedì di Pasqua (30 marzo 1282) nella Chiesa dello Spirito Santo di Palermo. Duemila francesi e guelfi siciliani furono massacrati quella notte e quella successiva, e molti altri nelle sei settimane seguenti, con un totale di morti stimato in quattromila persone.
Come risultato di questa sollevazione, si produsse la divisione del Regno di Sicilia, nel 1282, nel regno di Sicilia peninsulare (o Regno di Napoli), inizialmente sotto dominio angioino, e il Regno di Sicilia insulare, sotto dominio catalano. Da qui nacque l’espressione delle due Cecilie o Sicilie.
Pietro il Grande concede alla Sicilia un proprio regno, corti e la senyera
Pietro II incorpora la Sicilia come un ulteriore regno confederato nell’impero catalano di Pietro il Grande nel Mediterraneo e sarà nel 1296 quando, con l’arrivo al trono del re Federico III di Sicilia (figlio di Pietro II), viene introdotta la senyera catalana nella bandiera del Regno di Sicilia, che perdurerà fino al 1816. Un segnale reale che combina la senyera catalana e l’aquila. Fino al 1714, il Regno di Sicilia si manterrà pienamente sovrano e confederato alla corona ispanica. Da allora, seguirà la stessa sorte degli altri regni ispanici, che rimangono sotto il dominio della dinastia francesizzata dei Borbone, ormai senza sovranità propria e assolutamente centralizzati dal regime.
Abbiamo visto, in altri articoli, che sono numerosi i toponimi dell’isola che hanno origine catalana e che hanno subito modifiche a causa dell’accento locale o della censura del governo italiano.
Tra gli esempi troviamo Siracusa, che ai tempi dei catalani fondatori era Saragozza, oppure Catalabellota, l’attuale Caltabellotta, Catalagirona, l’attuale Caltagirone, o Catalanisetta, l’attuale Caltanissetta, tra gli altri.
La trinacria non è altro che un tripode e, ogni volta che incontriamo il simbolo del tre, si fa riferimento alle tre lune: la giovane o crescente, la madre o piena e la vecchia o calante. Si dice che questo simbolo triplo sia collegato all’isola perché geograficamente è un triangolo. Ma il simbolo ha un chiaro tono mitologico e religioso con la presenza della dea lunare e della testa della gorgone o medusa lunare, con i serpenti alati sul capo. D’altra parte, il simbolo del grano sembrerebbe fare riferimento alla dea Cerere, quella dei cereali, anch’essa dea lunare della fertilità agricola, che è ciò di cui probabilmente viveva l’isola.
Secondo quanto riportato nel sito web Toponímia mitològica, esiste una leggenda locale che racconta che la dea Cerere pregò Giove affinché la Sicilia fosse collocata nel cielo. Il risultato, per il fatto che l’isola ha forma triangolare, fu la costellazione Triangulum, uno degli antichi nomi della Sicilia. Questa leggenda mette già in relazione la Sicilia con il cielo, per il fatto di collocare l’isola nella cosmogonia stellare, dato di grande importanza per quanto riguarda l’etimologia e la lessicologia del nome del paese, come vedremo.
Si sa anche che in quest’isola i catalani la chiamavano Cecília, che doveva essere il nome antico. Il nome si sarebbe corrotto nel tempo, passando da Cecília a Sicília. Le due Cecílie sarebbero le due Sicilie. Cecília è un diminutivo di Ceci o Cècila. E, cosa più importante, Cecília è anche Cèlia, nome molto comune in Catalogna ancora oggi.
Questo nome di Cèlia apre già una nuova possibilità per trovare l’origine mitologica e lunare del toponimo Sicilia, indicandoci che il nome dell’isola deriva dalla corruzione del termine catalano "Sa Cèlia" o "Sa Cília". In catalano, Cèlia o Cília è il femminile di Cel, Celi o Cèlio, cioè del dio della mitologia catalana Cel. Pertanto, abbiamo che se il dio catalano Cel (dio Celio in spagnolo, o dio Caelum in latino) rappresenta il cielo diurno o solare, la dea lunare catalana Cèlia rappresenta il cielo notturno o lunare. Sa Cèlia sarebbe l’origine del toponimo Sicilia, isola consacrata a questa dea.
Il nome originale della Sicilia, pertanto, riteniamo che dovesse essere Sa Cèlia o Cília, e che l’accento proprio dell’isola o la mano dei censori politici e religiosi lo avrebbero trasformato, con il passare degli anni, in Sicilia. L’evoluzione sarebbe stata la seguente:
Sa Cèlia o Sa Cília > Sicília
Un processo simile si sarebbe prodotto con il toponimo siciliano di Saragozza, così come appare nei documenti medievali in catalano, che è diventato l’attuale Siracusa.
Allo stesso modo, riguardo al termine Cecília, l’evoluzione potrebbe essere stata:
Ça Cèlia o Ça Cília > Çacília > Cecília
Questo nome di Cèlia, in Catalogna e in Aragona, compare anche come Cília in numerosi toponimi, come si può verificare con il paese di Santa Cilia de Jaca, a Huesca, o con la Diga della Cília, nel Principato, per citare alcuni esempi. Anche i nomi propri di Mar-cel, Mar-cèlia, Mar-cela, oppure i diminutivi Mar-cel·lí o Marcel·lina, sono collegati alle divinità Cel e Cèlia.
Per tutto ciò, non deve sorprenderci che il cranio di Santa Cecilia, in latino Caecilia, che sarebbe la stessa divinità lunare Cèlia o Cília, ormai cristianizzata, si trovi presso la cattedrale di Santa Fosca, a Torcello, Venezia. Questa Santa Fosca, un’altra dea catalana, Fosca, ora cristianizzata, sarebbe la moglie del dio Fosc, cristianizzato come San Fosc o San Fost, anch’esso collegato alla dea Notte e a Cèlia o Cèlia o Cília.
Diverse leggende sono state create sulla vita di Sa Cèlia o Sa Cília o Cecília, conservate nei paesi dell’interno della Catalogna, immaginando Cecília come guaritrice degli indemoniati, attraverso esorcismi, riti o preghiere rivolte a liberare il corpo del malato dal diavolo o dagli spiriti maligni.



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